Le Sette Marie Scritto da Super User
Pubblicato Giovedì, 09 Febbraio 2012 16:46


L'antica processione delle Sette Marie

 

Le radici religiose

Stare presso la Croce di Gesù

La cosa più grande di Maria sotto la croce fu la sua fede, più grande ancora che la sua sofferenza. Ciò che conta non è la propria croce, ma quella di Cristo. E’ qui la fonte di tutta la forza e la fecondità della Chiesa. La forza della Chiesa viene dal predicare la croce di Gesù.

Bisogna rinunciare a una superiorità umana, perché possa venire alla luce e agire la forza divina racchiusa nella croce di Cristo.

Guardando le Sette Marie, non dobbiamo mai dimenticarci che la vita intera del cristiano deve essere un sacrificio vivente, come quella di Cristo.

La crocifera, portando la croce con fatica sostenuta dalle assistenti e accompagnata dalle torcere ci ricorda che la croce stessa toglie la voglia di inorgoglirci, elimina la vanagloria.

Affido alla Madonna il cammino di tutti coloro che si uniranno alle processioni con le Sette Marie, ricordando che sul Calvario Maria non è solo la “Madre dei dolori”, ma anche la Madre della speranza, “Mater spei” come la invoca la Chiesa in un suo inno.

p. Giovanni Fermo Nicolini

 

Le Sette Marie della Passione

E’ tradizione che due celebrazioni religiose siano esterne alla Collegiata: la processione del pomeriggio della Domenica degli Ulivi e la processione notturna del Venerdì Santo dalla Collegiata a San Giacomo.

C’è sempre larga partecipazione delle due Confraternite, Santissimo Sacramento e Santissima Trinità e delle Sette Marie che accompagnano il Cristo Morto e sua Madre Addolorata.

Sono due momenti fortemente religiosi che ci riportano indietro di secoli, quando la fede era il respiro del popolo valsesiano.

Le sette giovani sono scelte fra le famiglie varallesi. Il nero e il bianco degli abiti, il procedere molto lentamente ed il velo nero sul viso, con la grande croce ornata solo dalla Sindone hanno un grande effetto sul credente e lo fanno riflettere sul grande motivo della Risurrezione.

Siamo così abituati noi varallesi a questa tradizione che nessuno vorrà rendersi responsabile di lasciarla perdere.

don Armando Avondo

 

 

 

L'antico rito

La processione delle Sette Marie, in programma per la domenica delle Palme, è uno dei riti della Settimana Santa che coinvolge maggiormente i varallesi e tutta la Valsesia.

Nel primo pomeriggio secondo un’antica tradizione, i partecipanti si radunano davanti alla Collegiata di San Gaudenzio a Varallo in attesa della partenza del corteo che, dopo aver sfilato per il centro, sale al Sacro Monte lungo la strada pedonale che parte dalla chiesa di Santa Maria delle Grazie.Alla soglia del santuario la processione viene accolta dal rettore e condotta alla Basilica dove si celebra la Santa Messa.

 

Il corteo si apre con il gruppo delle sette Marie, seguite dai sacerdoti e dalle confraternite della Santissima Trinità e del Santissimo Sacramento e dai bambini con le vesti dei personaggi rappresentanti la passione di Cristo.

Tante sono le curiosità riguardanti questa processione dalle origini ancora sconosciute, ma che presenta caratteristiche che si rinnovano ogni anno secondo le stesse tradizioni.

Il Crocifisso portato dalla Confraternita del Santissimo Sacramento, per esempio, è custodito durante l’anno nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie e, secondo la tradizione, già nella mattinata della domenica i Confratelli vi si recano accompagnati dal Prevosto processionalmente dalla Collegiata per prendere in consegna il Crocifisso in attesa dell’inizio della celebrazione religiosa pomeridiana. Il Crocifisso era tra l’altro di proprietà della nobile famiglia Draghetti che lo donò al convento con l’obbligo di darlo alla Confraternita per la processione quaresimale.

Anche la presenza dei bimbi vestiti da apostoli e giudei è di antica data: un tempo erano scelti ed accompagnati dalla Confraternita del Gonfalone che aveva sede nella chiesa di Santa Marta, sotto San Gaudenzio, demolita negli anni ’30 dello scorso secolo.

La particolarità più significativa è certamente la presenza del gruppo delle Sette Marie o “Pie Donne”, costituito da sette ragazze che indossano un antico costume, molto elegante e austero. L’abito, di foggia spagnoleggiante, è nero, con un lungo strascico, una pettorina bianca sormontata da diversi giri di granate, pietra preziosa diffusa in Valsesia, e un grembiule di lino bianco ornato di pizzi e trine.

Abiti simili erano usati fin dal Sei-Settecento dalle nobildonne varallesi in occasione delle nozze: ne abbiamo testimonianza grazie a documenti di archivio come gli elenchi dei corredi che già nel 1790, per esempio, riportano tra i vari indumenti e oggetti, la presenza di fili di granate, vesti nere di tessuto pesante, grembiuli bianchi impreziositi da ricami, ma anche da memorie di anziane signore che hanno tramandato ai propri nipoti il racconto delle nozze delle loro antenate.

Nell’ambito della processione, che si svolge in occasione dell’inizio della passione di Cristo, l’eleganza e la ricchezza degli abiti è accompagnata dai segni di lutto: prima di tutto il velo nero finemente lavorato che copre il volto delle ragazze e la lentezza del loro avanzare, poi le torce sostenute dalle quattro ragazze, le torciere, che aprono e chiudono il gruppo delle Sette Marie, e, infine, la pesante croce portata dalla Crocifera, affiancata dalle due assistenti pronte a sostenerla in caso di necessità.

È interessante conoscere qualche particolare dei preparativi del gruppo delle Pie Donne: una volta contattate le ragazze che impersoneranno il ruolo (il compito è della Priora in carica coadiuvata dalle signore che da anni si occupano della vestizione) un momento molto importante è la preparazione degli abiti. Questi, conservati in Collegiata in appositi guardaroba, riprendono vita ogni anno qualche mese prima della processione per essere adattati alle taglie delle nuove pie donne. Lo stesso vale per i fili di granate rosse scure, gioielli d’epoca, che vengono cuciti al momento sugli abiti e risplendono di una luce dal sapore antico. Per le ragazze si tratta di un’esperienza di forte emozione che entra nel vivo fin dalle ore appena precedenti le processioni con la vestizione tutte insieme presso l’asilo delle suore e la salita verso San Gaudenzio. Per alcune l’esperienza si può rinnovare negli anni successivi trasformandosi in un vero e proprio percorso, poiché si può passare dall’interpretazione di una delle torciere, a quella di assistente fino alla crocifera. Il legame che si crea tra il gruppo è significativo è ciò è dimostrato dall’uso che negli ultimi anni si è creato che la crocifera doni un pensiero alle compagne che hanno condiviso con lei questo cammino.

D’altronde soprattutto di questo si tratta: un cammino alla scoperta del mistero della passione di Cristo tramandata attraverso le tradizioni di chi ci ha preceduto, un salto nel passato che vive ancora oggi dimostrandoci l’attualità del messaggio di Gesù che morendo sulla croce ci ha donato la salvezza.

 

 

Tra devozione e storia:

ipotesi di ricerca

Attualmente non è noto alcun documento storico che consenta di determinare con esattezza il momento in cui ebbe origine la tradizione della partecipazione delle Sette Marie alle processioni che si svolgevano a Varallo durante la settimana santa.

L’ipotesi più ricorrente tende a collocare questa particolare tradizione all’interno dei riti paraliturgici della Passione del Signore di ascendenza spagnola, ovviamente in rapporto alla presenza dei governanti iberici nel ducato di Milano, cui anche la Valsesia appartenne fino agli inizi del settecento. Occorre però prendere in considerazione la possibilità che la presenza delle Sette Marie possa collegarsi, e in un qualche modo quindi derivare, da analoghe tradizioni presenti in ambito piemontese, in quello che era il territorio sottoposto al dominio sabaudo.

E’ proprio in Piemonte, infatti, che si possono trovare cerimonie rituali che mostrano analogie con la processione varallese, specialmente in rapporto alla presenza all’interno del corteo di ragazze e giovani che indossano abiti particolari. Il loro numero, (tre, quattro, o cinque)  il nome  con cui vengono ricordate (Regine, Pie donne, o Figlie) e la loro funzione variano da località a località, mentre identico è il significato della loro presenza: essere una sentimentale espressione di sofferenza partecipativa a quella del Cristo crocefisso e morto.

Un documento interessante per la ricostruzione storica della processione varallese è costituito dalla lettera che il cardinal Morozzo, vescovo di Novara dopo la Restaurazione, invia a tutti i parroci chiedendo spiegazioni circa i riti e le processioni che si svolgono durante la settimana santa nelle rispettive comunità.

Da questa indagine risulta che nel vasto territorio della diocesi si tengono ben ventisei processioni, di cui otto drammatiche, ossia con la partecipazione di figuranti che impersonano personaggi evangelici, spesso recanti i simboli della passione; Cameri, Galliate, Oleggio, Domodossola, Romagnano, Grignasco, Borgosesia e Varallo sono le località citate. Il fine di tale indagine era quello di mettere fine ad abusi e tradizioni poco coerenti con la ritualità liturgica ufficiale, specialmente per quanto riguarda la partecipazione di donne variamente abbigliate che, ad esempio in Oleggio, risultano già essere stateabolite da qualche tempo.

E’ evidente che a Varallo la drammaticità delle processioni era costituita anche dalla presenza delle Sette Marie, pur senza che siano esplicitamente nominate, la cui sopravvivenza nel corteo, nonostante le rigide normative ecclesiastiche, ne tradisce certo la compostezza che ancor oggi le contraddistingue. In alcune località (si veda Dronero e Chereasco nel cuneese) le donne avevano il compito di sorreggere la riproduzione del telo sindonico, il più particolare tra gli strumenti della passione recati in processione, il cui culto com’è noto si diffuse ampiamente, con tracce anche in Valsesia, in rapporto alle conquiste dei Savoia che, dal 1578, lo custodivano nella cappella guariniana del duomo di Torino.

A Varallo non risulta che le Sette Marie avessero tale compito, il loro insolito numero potrebbe simbolicamente riferirsi ai Dolori di Maria, una devozione molto pratica nell’ambito della religiosità popolare cattolica. Un'altra ipotesi vedrebbe nel numero delle Marie il confluire in un unico corteo di sette diverse processioni, ma nessuna fonte consente di avvalorare questa opinione.

Probabilmente molteplici e diversi elementi, sia religiosi sia folcloristici e sociali, hanno contribuito alla nascita e al successivo sviluppo di  quella che oggi è la processione delle Sette Marie e soltanto una ricerca attuata attraverso confronti, vista la mancanza di fonti, potrà forse un giorno svelarli.

 

Bibliografia utile per approfondire:

A. Borra, La Sindone rappresentata… in Sindone: immagini di Cristo e devozione popolare a cura di A. Carenini e P. Grimaldi, Omega, Torino 1998, pp. 91 - 112

 

 

Il Vestito e i Gioielli delle "Pie Donne"

Le ragazze varallesi scelte per interpretare le “Pie Donne” indossano degli antichi abiti di colore scuro adatti alla Quaresima.

L’abito, di chiara derivazione spagnola, si pensa fosse usato un tempo dalle nobildonne di Varallo in occasione del proprio matrimonio; il colore nero, non necessariamente di lutto stretto, era considerato nell’Ottocento come colore di moda usato dai sarti dei grandi atelier di Francia e proprio da qui importato dagli emigrati valsesiani e largamente usato anche nei caratteristici costumi valligiani.

Tornando all’abito delle Sette Marie, vi è da dire che il tutto viene impreziosito da una moltitudine di fili di granati (popolarmente chiamati “granate”): pietre preziose molto usate in Valsesia, ricavate grazie anche ai miseri giacimenti esistenti in zona. Il colore è rosso cupo (simile a quello delle pietre dei giacimenti boemi) e ne esistono di svariati tagli e dimensioni. In particolare quelli della zona di Varallo sono sfaccettati e di taglio piccolo.

Un tempo questi fili di pietre venivano prestati dalle famiglie varallesi alle ragazze che dovevano impersonare le Sette Marie, le quali iniziavano, dal Mercoledì delle Ceneri sino alla Settimana Santa, (ricordiamo che alla Domenica delle Palme non c’era la processione al Sacro Monte, questa infatti si teneva il Giovedì Santo) a darsi un gran da fare per trovarne il più possibili.

E gli stessi privati si informavano in precedenza su chi interpretasse il ruolo facendo delle preferenze a chi imprestarli, e a volte poteva anche succedere che la Crocifera che riveste il ruolo più importante, ne possedesse in minor numero rispetto alle torciere.

I gioielli disposti a fascia erano composti sempre da tre, cinque, sette o nove fili, va sottolineata la presenza di questi numeri dispari: infatti il numero dispari, secondo una tradizione assai diffusa in tutta Italia, era considerato difesa efficace contro le iettature e il malocchio. Ai giorni nostri però, per rispettare l’importanza dei ruoli e per un effetto scenico più ordinato, le signore che si occupano della vestizione delle ragazze hanno disposto che le quattro torcere e le due assistenti indossino tre fasce da dieci fili ciascuna e la crocifera indossa quattro fascioni, prelevati per l’occasione dai lasciti disposti in onore della Madonna del Sacro Monte.

 

Oltre alle collane, facevano parte della parure indossata anche un braccialetto, due o più spille poste tra i diversi ordini di collane e gli orecchini, purtroppo non più portati oggi e ormai rari da trovare. Questi orecchini erano detti “a lacrima”, con chiusura “a sentinèia”: cioè con ii gancio che si infila dal retro del lobo e si aggancia sul davanti del gioiello. Il pendente, formato da un grosso granato tagliato a lacrima (da qui il nome dell’orecchino), veniva portato durante le feste solenni e poteva essere sostituito nelle domeniche normali da un altro pendente, più modesto, formato da una sola pallina sfaccettata, oppure eliminato completamente durante i giorni feriali, quando si portava solo la parte superiore dell’orecchino.

Tutto questo mi è stato tramandato oralmente da mia nonna, la quale, a sua volta, si rifaceva alle testimonianze della sua. Mi raccontava anche che orecchini, spille, braccialetto, gemelli per polsini, e vari giri di granati (a seconda delle possibilità finanziarie della famiglia) venivano acquistate per la sposa e indossati nel giorno del matrimonio.

In seguito, difficilmente veniva ancora sfoggiata l’intera parure, perché troppo appariscente nell’insieme e perché essa rappresentava per lo più un bene economico che avrebbe potuto fruttare denaro in caso di difficoltà finanziarie. Alla morte della madre, i preziosi venivano ereditati dalle figlie e divisi in modo che ognuna avesse il giusto numero di fili, in caso questi non bastassero gli orecchini erano tramutati in spille o pendenti per collane. Se non vi erano eredi si donavano al Sacro Monte o ai frati (in città non esistevano ancora le suore) perché venissero utilizzati durante le processioni pasquali.

 

tratto dal Bollettino Parrocchiale dell'Aprile 2004

Testo e foto a cura di Sabrina Contini, Andrea Ghilardi, Antonella Ginotti, Simone Mancini e Damiano Pomi.

Disegni a cura di Giorgio Perrone